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GLI AUTORI: INTERVISTA PARALLELA
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Giancarlo ORSINI |
Ferdinando CONTI |
| Quando sei nato ? |
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Nel 1950, il 2 novembre, il giorno dei morti. Io non l'ho potuto scegliere... |
Nel 1949, il 19 giugno. |
| Dove? |
| A Consàndolo, nel comune di Argenta, e l'accento ferrarese ce l'ho ancora un poco, anche se ho girato il mondo e abito qui in montagna da parecchi anni. A Consàndolo adesso è bello, adesso han fatto delle case stupende; ma allora non c'era niente, di là dalla ferrovia c'era la luce elettrica, e di qua non c'era, e ovviamente io abitavo di qua. |
A Bologna. Abitavo al Pontevecchio, proprio sulla via Emilia: dalla finestra vedevo passare i carri dei birocciai, tirati dai cavalli, che trasportavano pietrisco, e i tram. I tram erano già a trazione elettrica, non tirati dai cavalli, non ho mica 100 anni. |
| Quali scuole hai fatto? |
| Dopo le medie cominciai il Fioravanti, un istituto professionale di Molinella. Mi alzavo alle cinque del mattino, perchè dovevo fare circa venti chilometri in corriera o in treno. Tenni duro fino a metà del quarto anno, poi mi ritirai: una gran fatica per non portare a casa neanche una lira. |
Dopo il liceo feci Ingegneria Meccanica a Bologna. Mi alzavo alle 9 perchè le lezioni cominciavano alle 9, abitavo a 200 metri dalla Facoltà e limavo sul quarto d'ora accademico. Però studiavo già coi ritmi della fabbrica: per cinque anni otto ore al giorno, e un mese di ferie ad agosto. |
| Adesso dove abiti? |
| A Rìpoli, sull'Appennino Tosco Emiliano. E' una casa fatta come Dio comanda. Qui sotto ci hanno buttato non so quanti metri cubi di ghiaione, sassi proprio per drenare; se guardi i muri sono di 46 centimetri; sul tetto c'è una putrella che è quella delle autostrade, l'andarono a prendere ai cantieri. Voglio che venga della neve! |
Sempre a Bologna, in un condominio costruito dove una volta c'erano i maceri per la canapa (quella emiliana per fare la tela...). Negli ultimi anni tutta l'acqua dei maceri che c'era ancora sotto di noi deve essersi prosciugata, perchè la casa si è mossa un po'. |
| Dove ti piacerebbe abitare? |
| Qualcuno mi già ha fatto la domanda: ma tu che hai tanto girato, dove ti piacerebbe vivere? Beh, ti dico onestamente che se avessi tanti soldi da poter girare come mi pare, farei un mese in Congo, un mese alle Canarie, un mese in Germania, un mese in Inghilterra, perché in qualsiasi parte del mondo che vai, comunque c'è sempre qualche cosa di bello. Anche in Mali, le cacciate che ho fatto in Mali... E le donne, quelle sono belle quasi dappertutto. Ma mi fermerei solo ed esclusivamente in Italia, a Rìpoli, per esempio... |
In un piccolo paese della Provenza: una casa di mattoni rosa, i campi di lavanda violetta tutt'intorno, e in lontananza il Mont Ventoux. Ma anche la Bologna fine anni sessanta non era male: eravamo più giovani, sia lei che io.
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| Il primo viaggio all'estero? |
| Finlandia, 1971, quando il capo mi disse di andare ad avviare delle impacchettatrici di nuovo tipo: le avevo montate anch'io, e non mi sembravano granché. Però io dissi: "Sì, sì, d'accordo, certo che sono pronto". Figurati se gli mettevo lì dei dubbi, dopo mesi che aspettavo solo di andare finalmente in trasferta. |
Jugoslavia, 1968, con tre compagni di liceo in viaggio premio dopo la maturità. Su una Alfa Giulia 1300 verde azzurrino: ci sentivamo i padroni di tutta l' Europa dell'Est. Ma al ritorno, alla dogana, avevamo due stecche di sigarette di troppo: ci fermarono per due ore, prima di sequestrarcele e lasciarci andare con la solita ramanzina "cominciate così, chissà dove andrete a finire..." |
| Qual è il tuo mestiere? |
| Ho sempre fatto il trasfertista, in giro per il mondo a montare macchine automatiche per pacchetti di sigarette. Per fare questo tipo di mestiere ci vuole il carattere, e bisogna essere dei tipi particolari, gente un po' così, anche un po' pirati. Ma io, se tornassi a nascere, rifarei ancora questo tipo di mestiere, per l'amor di Dio. Sono orgoglioso di aver fatto questo lavoro, lo farei fare a mio figlio. |
Ho sempre fatto l'ingegnere. Prima il disegnatore in una piccola fabbrica di rettifiche, poi in quella più grande di macchine automatiche. Ho cambiato parecchie mansioni, e ho fatto gli ultimi dieci anni all'assistenza clienti, dove ho preso a mano questi pirati che sono i trasfertisti. Soggetti mica facili da trattare, spesso prime donne, individualisti; ma anche capaci di slanci e sacrifici non comuni. E' stato un lavoro molto interessante, a contatto col Mondo. |
| Come sei entrato "in azienda"? |
| Quando arrivavi dalla campagna a Nord, ed entravi nella periferia della città, per prima cosa vedevi la nostra fabbrica; se potevi, andavi in quella, mica ne cercavi una dall'altra parte della città. Dopo non ho più cambiato: le nostre sono macchine troppo belle per lasciarle. |
Trafila normale: annuncio sul giornale, risposta, colloquio d'assunzione. Ci sono rimasto 28 anni, fino alla pensione: non si stava male, e temevo lo stress da cambiamento. |
| I vostri rapporti di lavoro? |
| Lui era il mio capo. A un certo punto in azienda si sentì parlare di mobilità con scivolo alla pensione, e io andai a dirgli che volevo andarci. Lui mi disse: forget about - scordatelo, abbiamo troppo bisogno di trasfertisti. Così alla fine hanno messo lui, e adesso è in pensione e io sono ancora qui a combattere. |
Quello che dice Giancarlo è tutto vero. Questa è la vita d'azienda: io servivo meno di lui, per me è stata una fortuna... |
| Il tuo hobby preferito? |
| La caccia: il cacciatore, dentro di sé, sente di avere un gran rispetto per tutto, per la natura, per gli animali. Ma è difficile da spiegare a chi non ce l'ha dentro nel sangue. La fucilata viene intesa troppo male, come tirare il collo a una gallina, solo come violenza. Ma la caccia non è violenza, a parte la fucilata. Che poi si ammazzano anche i vitelli, e la bestia selvatica ha più possibilità di scappare. |
La bicicletta: sai quei grupponi di trenta o quaranta assatanati su biciclette da 4000 euro l'una che bloccano la strada a voi automobilisti? Bene, lì in mezzo ci sono spesso anch'io, cerca di non prenderci sotto. Porta pazienza: la bici, più che uno sport, per noi è una droga, dà assuefazione, più ne fai più ne faresti, se te la tolgono vai in depressione o diventi cattivo. |
| Sei sposato? |
| Sì, due volte. Secondo me uno si deve sempre sposare due volte. Per l'amor di Dio, la mia prima moglie era fantastica, bella donna fra l'altro. Ma è meglio due volte: perchè la seconda si ha quasi paura, uno sa che l'altro ha il divorzio, e tutti e due stanno un po' più attenti. Perché si pensa sempre che uno divorzia così alla leggera, ma invece è una decisione difficile, una tragedia |
Sì, una volta. Come ho detto: non mi piace lo stress da cambiamento... |
| Qual è il prossimo viaggio in programma? |
| Hanno rifatto la manifattura a Goma, in Congo, che era stata seppellita dalla lava, e da noi hanno comprato una linea da trecento pacchetti al minuto, di seconda mano; e io l'ho collaudata qui in officina poco tempo fa, e tra un po' devo tornare là, a metterla in moto.
Ho parlato con Kinshasa due giorni fa, col console: "Lei deve venire via Kinshasa, poi da Kinshasa va a Goma con una linea aerea". "Ma scusi -dico io- lì non c'è il territorio dei ribelli?". "Sì si, ma non si è mai verificato che abbiano tirato giù un aeroplano". Insomma, in un modo o nell'altro bisogna giocare a fidarsi...
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Un giro in moto con mia moglie a visitare certi monasteri sperduti nella Majella. Pare che ad uno si arrivi solo a piedi, strisciando su una cengia di una parete a picco. Ma non ci pagano mica per visitare anche quello... |
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"Sulla strada per la manifattura ne vedevo di tutti i generi.
Un mattino, mentre sto andando a lavorare, ti trovo un pulmino Volkswagen targato Brescia, fermo per strada. Lì vicino c’è uno, sopra a un palo del telefono; allora dico con l’autista “Fermati”.
Scendo, e dico al tipo sul palo: “Scusi lei è italiano?”
Dice: “Sì”, scende dal palo e ci mettiamo a parlare.
Aveva una rivoltella grande così appesa a un fianco, un machete anche più grande dall’altra parte, gli speroni da legno per andar sopra ai pali, capelli biondi e lunghi, barba bella fitta, una specie di Messner che scalava pali invece di montagne. Erano 15 anni che era lì in Nigeria a montare i fili del telefono.
Dopo dieci minuti che parliamo dice “Senta, io bisogna che vada su perchè devo finire il lavoro”, e bum bum bum, comincia ritornare su, piantando gli speroni nel palo. Ci salutiamo, e via che va.
Il giorno dopo non c’era più, un palo dopo l’altro fai presto a fare della strada..."
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